Esdebitazione del consumatore: la più vantaggiosa!

Pubblicato il 7 luglio 2016 | News

POST1BCrisi da sovraindebitamento: profili distintivi del debitore consumatore

La nuova legge sulla esdebitazione non può prescindere dal concetto di debitore consumatore. Ecco perché è assolutamente fondamentale definirlo in maniera puntuale per meglio comprendere il contesto in cui si inserisce giuridicamente la “legge salva-suicidi”.

L’art. 18 del decreto legge numero 179 del 2012 poi convertito nella legge numero 221 ha introdotto alcune modifiche alla legge 27 gennaio 2012 numero 3 e all’articolo 217-bis del regio decreto 16 marzo 1942 numero 267.

Riferimenti di legge a parte le modifiche in questione sono importanti in quanto contribuiscono a delineare le tre distinte procedure esdebitative: l’ “accordo di composizione della crisi“, il “piano del consumatore” e la “liquidazione del patrimonio del debitore“.

Si concretizza in questa maniera, una sorta di classificazione dei potenziali beneficiari della disciplina a seconda dei requisiti posseduti dai soggetti interessati che potranno ricorrere a tutte o solo ad alcune delle tre procedure a seconda che ricoprano la qualifica di debitore consumatore o meno. Da qui l’importanza della definizione di “debitore consumatore”.

Il Decreto, anzitutto, chiarisce che per “consumatore” deve intendersi quel “debitore, persona fisica, che ha assunto obbligazioni esclusivamente per scopi estranei all’attività imprenditoriale o professionale eventualmente svolta” richiamandosi così, almeno apparentemente, alla definizione di consumatore contenuta nell’articolo numero 3 del decreto legislativo numero 206 del 6 settembre 2005 (il Codice del Consumo).

Non sfuggirà l’aspetto pratico di tale diversificazione, seppur in una fase embrionale di applicazione dell’istituto qual è quella in cui oggi si opera: pur potendo, difatti, il debitore-consumatore optare per una qualunque delle tre procedure esdebitative, previste dalla disciplina, è evidente come il piano ad esso riservato costituisca una strada di gran lunga più vantaggiosa rispetto alle altre. Una strada che sarà comunque percorribile solo qualora ricorreranno alcuni presupposti: non essere soggetti a procedure concorsuali; non aver fatto ricorso, nei precedenti cinque anni, ad altri procedimenti esdebitativi; non aver subito, per cause a lui imputabili, uno dei provvedimenti di cui agli articoli 14 e 14-bis della norma in questione; non aver fornito documentazione inidonea a ricostruire compiutamente la propria situazione economica e patrimoniale.

Tale opzione si rivela conveniente a fronte anche del fatto che non venga considerata necessaria la sua approvazione da parte dei creditori: è dunque caratterizzata dall’assenza di un procedimento volto ad acquisire l’adesione o il dissenso dei creditori rispetto al piano proposto. É sufficiente che il piano venga comunicato ai creditori che, al limite, potranno avanzare contestazioni volte a confutare la convenienza della proposta rispetto ad altre ipotesi di liquidazione del patrimonio tenendo tuttavia presente che il giudice procederà ugualmente all’omologa qualora dovesse ritenere “che il credito possa essere soddisfatto dall’esecuzione del piano in misura non inferiore all’alternativa liquidatoria disciplinata dalla sezione seconda del presente capo“.

Unica eccezione è l’equiparazione al pignoramento del decreto di omologazione e non, come invece stabilito per l’accordo a norma dell’articolo 10, comma 5 della legge numero 3 del decreto di fissazione dell’udienza. Volendo semplificare: il debitore consumatore che abbia compiuto delle scelte patrimoniali discutibili ma abbia fatto ciò in apparente buona fede, potrà dormire sonni tranquilli, giacché ogni suo proposito di risanare i conti pur con le magre sostanze di cui dispone dovrà essere vagliato dal giudice. Senza che influenzino le sue decisioni le reazioni dei creditori. Inoltre, il debitore consumatore trae dall’omologa della proposta la garanzia che “dalla data dell’omologazione del piano i creditori con causa o titolo anteriore non possono iniziare o proseguire azioni esecutive individuali. Ad iniziativa dei medesimi creditori non possono essere iniziate o proseguite azioni cautelari né acquistati diritti di prelazione sul patrimonio del debitore che ha presentato la proposta di piano“.

Il piano omologato, infine, è obbligatorio per tutti i creditori anteriori al momento in cui è stata eseguita la pubblicità di cui all’articolo 12-bis, comma 3; i creditori con causa o titolo posteriore non possono procedere esecutivamente sui beni oggetto del piano. La casistica tuttavia, seppur limitata, mette comunque in luce ipotesi di poca chiarezza sull’attribuibilità della qualifica di “consumatore” a quei soggetti privati che, pur non svolgendo attualmente attività di imprenditore o di libera professione, abbiano tuttavia contratto il proprio debito per ragioni comunque connesse a tali attività.

Fa almeno in parte chiarezza la Corte di Cassazione con la recente sentenza 11 novembre 2015 – 1 febbraio 2016, n. 1869, stabilendo come la nozione di consumatore, quale posta nel nuovo art. 6, co. 2, lett. b), risulti pacificamente più specifica di quella di cui all’art. 3, co. 1, lett. d) del Codice del consumo, dato che essa esige che i debiti della “persona fisica” derivino “esclusivamente” (e non più prevalentemente, come nel d.l. n. 212/2011, art. 1 co.2 lett. b) da atti compiuti “per scopi estranei all’attività imprenditoriale e professionale eventualmente svolta“.

Dunque, può definirsi “debitore consumatore” solo quel debitore che, persona fisica, risulti aver contratto obbligazioni – non soddisfatte al momento della proposta di piano – per far fronte ad “esigenze personali o familiari o della più ampia sfera attinente agli impegni derivanti dall’estrinsecazione della propria personalità sociale, dunque anche a favore di terzi, ma senza riflessi diretti in un’attività d’impresa o professionale propria“.

Fonte:  diritto24.ilsole24ore.com  06 luglio 2016

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