Credit Crunch: un conto da 90 miliardi

Pubblicato il 6 ottobre 2014 | News

moneyIl vuoto da colmare è potenzialmente di quasi 300 miliardi di euro. Perché se si somma il credito bancario che dal 2011 è venuto meno alle imprese italiane (89,8 miliardi, secondo le stime di Rbs) e il capitale che servirebbe per portare la loro solidità e la leva finanziaria sui livelli europei (200 miliardi  secondo le stime presentate dalla Banca d’Italia), si arriva a 289 miliardi.
Le imprese italiane soffrono infatti per il credit crunch, ma ancor di più per la mancanza di capitale: questo frena la loro capacità di investire. E frena lo sviluppo dell’intero Paese. Di iniziative pubbliche e private per colmare questi due vuoti ormai ne fioccano in
continuazione: ci sono i recenti interventi della Bce (Tltro e acquisti di Abs), le riforme legislative (per esempio la normativa sui minibond), gli sforzi istituzionali (sono 5 i fondi di ispirazione pubblica destinati a sostenere in vario modo le Pmi), l’intraprendenza di fondi privati (private equity e minibond), gli sforzi di Borsa Italiana. Eppure molte di
queste iniziative, lodevoli, hanno tutt’ora una serie di freni “inibitori” che rendono faticoso il passaggio dall’annuncio ai fatti concreti. È vero che il credito e il capitale non si possono creare per decreto o per un intervento dall’alto: se il Paese non cresce, se le imprese non investono, se l’incertezza (fiscale, giudiziaria, burocratica ed economica) è eccessiva, tante lodevoli iniziative producono ben poco. Ma è anche vero che nulla cambia se tutte queste iniziative pubbliche, istituzionali e
private restano stand-by. Se vengono varate, ma poi non riescono a percorre per varie ragioni “l’ultimo miglio”.

Le maggiori aspettative (ma anche le maggiori incertezze sul successo) riguardano le recenti operazioni della Bce. A settembre l’Eurotower ha erogato alle banche italiane 23 miliardi di finanziamenti Tltro: prestiti a tassi agevolatissimi (0,15%) che gli istituti di credito dovrebbero utilizzare per erogare prestiti alle imprese. A dicembre la Bce aprirà di nuovo i rubinetti ed è verosimile che le banche italiane prendano altri 23 miliardi. Mario Draghi ha detto più volte che questi soldi devono finire alle imprese, non sui mercati finanziari. La moral suasion è forte, fortissima: questo lascerebbe ben sperare. Il problema è che non sono previste valide sanzioni per le banche che non lo fanno: l’unica vera “multa” è rappresentata dal fatto che se non utilizzano questi soldi nell’economia reale, le banche devono restituirli alla Bce dopo due anni invece che dopo quattro. È troppo presto per capire se questa volta faranno il loro dovere, dato che 23 miliardi di crediti non si possono erogare in 15 giorni. Ma i dubbi, per ora, sono molti. Anche – dietro le quinte – tra i banchieri.

Fonte: IlSole24Ore del  5 ottobre 2014

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