Contratto firmato solo dal cliente? É nullità selettiva!

Pubblicato il 24 maggio 2016 | News

handshake  behind a solid white background.Great for any design.Contratto bancario firmato solo dal cliente? La Cassazione precisa: è nullità selettiva!
Cassazione Civile, sez. I, sentenza 27/04/2016 n° 8395

La sentenza della Suprema Corte in commento si rivela di particolare interesse per un duplice motivo.

Innanzitutto perché conferma il nuovo indirizzo espresso dalla precedente “rivoluzionaria” sentenza di Cassazione, sez. I, n. 5919 del 24 marzo 2016, secondo cui il contratto firmato solo dal cliente è nullo e non può essere sanato né dalla presenza della dichiarazione del cliente del tipo “Prendiamo atto che una copia del presente contratto ci viene rilasciata debitamente sottoscritta da soggetti abilitati a rappresentarvi“,  né dalla produzione in giudizio da parte della banca del medesimo documento ovvero da comportamenti concludenti posti in essere dalla stessa banca ad esecuzione del rapporto e documentati per iscritto (contabili, estratti conto, attestati di seguito ecc.).

In secondo luogo perché stabilisce che la nullità del contratto non comporta necessariamente la nullità dell’intero rapporto, potendo il cliente avere piuttosto interesse a formulare un’eccezione di nullità “selettiva”, mirata a salvaguardare alcuni effetti prodotti dall’esecuzione del contratto dichiarato nullo e a fare caducare altri che si sono rivelati svantaggiosi.

Per cui, secondo la Suprema Corte, nel caso di specie  il cliente può ben decidere di limitare ad alcuni investimenti “selezionati” gli effetti della invocata invalidità del contratto quadro, senza, per ciò, incorrere in un abuso del diritto.

La  giurisprudenza di merito, sul punto, era caratterizzata da pronunce discordanti.

A fronte di un indirizzo favorevole alla possibilità di  “selezione” delle nullità (si veda, ad esempio, Tribunale di Prato, sentenza 2 agosto 2013 e Tribunale di Milano, sentenza 29 aprile 2015) si contrapponeva chi ravvisava l’esercizio selettivo dell’azione di nullità una vera e propria violazione della clausola di buona fede in senso oggettivo, che  si traduce in un utilizzo improprio della tutela approntata dall’ordinamento, laddove l’investitore scelga poi di preservare la maggior parte degli effetti pratici del negozio di cui (teoricamente) invoca l’inefficacia (Tribunale di Modena sent. n. 846/2015).

La Suprema Corte con la sentenza in commento mostra di aderire all’orientamento più  favorevole al cliente.

La nullità del contratto stabilita dall’art. 23 TUF (così come dagli artt. 117 e  127 TUB) per mancanza di forma scritta ad substantiam è configurabile come nullità di protezione ed è rilevabile esclusivamente dal cliente, quale contraente “debole”,  o d’ufficio, quando la nullità può operare ad esclusivo vantaggio del primo.

La particolare natura e funzione di questo tipo di nullità comporta quindi, a giudizio della Corte, che l’eccezione possa essere prospettata dalla parte, coerentemente con il principio della domanda e l’interesse sostanziale dedotto in giudizio (art. 99 e 100 c.p.c.), selezionando il rilievo della nullità e rivolgendolo agli acquisti (o più correttamente i contratti attuativi del contratto quadro) di prodotti finanziari dai quali si è ritenuto illegittimamente pregiudicato, essendo gli altri estranei al giudizio.

Né è di ostacolo a tale ricostruzione, conclude la Corte, quanto affermato dalle S.U. nella sentenza n. 26242 del 2014 circa la rilevabilità d’ufficio (peraltro non incondizionata) delle nullità di protezione,  che ammette  la possibilità di estendere l’accertamento giudiziale anche a cause di nullità protettive non dedotte dalle parti, senza tuttavia consentirne il rilievo da parte del giudice anche ad atti diversi da quelli verso i quali la censura è rivolta.

 

Fonte: altalex.com  23 maggio 2016

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