Banca Intesa: 5 rinviati a giudizio per truffa e usura aggravata.

Pubblicato il 1 luglio 2016 | News

bib_exp3Merate: rinviati a giudizio cinque funzionari di Banca Intesa. Le accuse, truffa e usura. Avrebbero cagionato perdite a due società vendendo contratti derivati ‘IRS’ a copertura dei tassi.

Dinnanzi al collegio giudicante presieduto dal dottor Enrico Manzi,  cinque dipendenti  – all’epoca dei fatti – della filiale meratese di Banca Intesa San Paolo dovranno rispondere dei reati di usura bancaria e truffa, (a vario titolo art.110, 644, 115, 640 C.P.). Si tratta di Dario Andaloro, Paolo Rubini, Antonio Martone, Felicita Saini e Giandomenico Fumagalli.
A decidere, nei giorni scorsi, il rinvio a giudizio dell’allora direttore, del responsabile del ”settore imprese”, dell’addetto al ”team corporate” e di due referenti del settore finanza, è stato il giudice per le udienze preliminari Massimo Mercaldo, ritenendo meritevoli di approfondimento in giudizio le ipotesi di reato formulate nel fascicolo d’indagine, dal sostituto procuratore Nicola Preteroti.

La vicenda giudiziaria, assai complessa, è scaturita dalla denuncia presentata nel 2009 da un imprenditore edile classe 1935, amministratore e legale rappresentante di due società: l’Immobiliare Brugarolo srl e l’Immobiliare Samuele srl, entrambe con sede a Osnago.
Nel 2003 infatti, l’uomo – costituitosi parte civile nel procedimento – aveva acceso presso l’istituto di credito, un finanziamento pari a circa 4.500.000 euro, con rate di mutuo a tasso variabile di interesse. Secondo il quadro accusatorio sostenuto dalla pubblica accusa, nel paventare al cliente un possibile rialzo dei tassi, i cinque gli avrebbero consigliato di sottoscrivere un derivato – “spacciandolo” però come una sorta di polizza assicurativa – affinché potesse tutelarsi dal rischio di un possibile aumento del tasso d’interesse, circostanza a detta dei funzionari di Intesa, altamente probabile.

Questo accorgimento avrebbe consentito di neutralizzare, o comunque di ridurre, gli effetti negativi; la società avrebbe altresì evitato di pagare oneri finanziari conseguenti ad un innalzamento dei tassi di interesse superiori al 3.73%, con la banca che avrebbe invece provveduto al pagamento della differenza tra la citata percentuale e il valore eventualmente superiore del tasso euribor. Quest’ultimo tuttavia, secondo la tesi della Procura, all’epoca dei fatti era già in ribasso, condizione nota agli operatori di Intesa, che avrebbero così propinato all’osnaghese un contratto speculativo. Dopo sei mesi infatti, quest’ultimo aveva prodotto oltre 37mila euro di perdite. ‘‘A quel punto il mio assistito, preoccupato, si è rivolto alla banca che gli ha proposto una rimodulazione del contratto a costo zero, spalmando il valore economico sulle due società amministrate” ha spiegato l’avvocato dell’imprenditore. Ma anche in questo caso, l’operazione avrebbe portato a degli svantaggi, in termini economici per il correntista, con perdite del valore di 97mila euro e 90mila euro rispettivamente. 
Ancora una volta quindi, l’osnaghese si era recato presso la filiale meratese, esprimendo la volontà di chiudere la polizza, visti i risultati a dir poco deludenti. ”In risposta però, la banca gli aveva comunicato che per compiere questa operazione avrebbe dovuto sborsare 300mila euro”. L’imprenditore a quel punto, su consiglio della filiale, ha sottoscritto due nuovi contratti che tuttavia – secondo il quadro accusatorio tutto ancora da dimostrare – sarebbero stati contraddistinti da una funzione speculativa, anziché di copertura. Essi prevedevano infatti un aumento da 4.500.000 euro a 6.250.000 euro del valore su cui applicare i tassi di interesse (“nozionale” o capitale di riferimento), a fronte di un debito residuo per le società di soli 2.400.000 euro, inferiore a quello che i derivati avrebbero dovuto coprire.

Queste operazioni, secondo quanto descritto nel capo di imputazione, avrebbero cagionato all’amministratore un danno quantificato in 484.617 euro per la Immobiliare Samuele e in 350.268 euro per la Immobiliare Brugarolo, come stimato anche dalla dottoressa Daniela Paruscio, consulente tecnico nominato dalla Procura lecchese. A detta dell’avvocato Ciullo inoltre, il reato si configurerebbe anche in ordine ad un ulteriore aspetto. ”Il mio cliente non era un operatore qualificato: al momento della firma del contratto aveva già settant’anni e non aveva delle competenze finanziarie specifiche. Pertanto non avrebbero dovuto proporgli questa tipologia di operazione” ha aggiunto il legale.

I cinque dipendenti di Intesa dovranno rispondere anche del reato di usura bancaria aggravata (secondo l’articolo 644 c.p. comma 1 e comma 5 numero 1 e 4), poiché avrebbero ricevuto dalle due società degli interessi ritenuti usurari, in quanto superiori al tasso soglia che, alla data di sottoscrizione dei contratti derivati, era fissato in misura pari all’8,4%.
L’aggravante scaturisce dal fatto che i cinque, in concorso, avrebbero commesso il fatto nell’esercizio di un’attività professionale bancaria e in danno oltretutto di un imprenditore.

Accuse pesanti quelle formulate nei due capi di imputazione, respinte tuttavia dal legale che assiste i cinque professionisti, alcuni dei quali attualmente in pensione o non più in forze presso la filiale meratese di Intesa. Convinti di poter dimostrare la propria estraneità relativamente ai fatti che vengono loro contestati, tutti hanno escluso la richiesta di eventuali riti alternativi, decidendo di affrontare il dibattimento in aula.

Il processo, che dovrà fare chiarezza sull’eventuale responsabilità penale dell’istituto di credito di Merate, prenderà il via il prossimo 10 novembre.

Fonte:  merateonline.it     30 giugno 2016

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